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È stata un’udienza interlocutoria, ma tutt’altro che marginale, quella celebrata lo scorso 22 gennaio, nel procedimento che vede imputata Maria Carmela Longo, ex direttrice della casa circondariale di Reggio Calabria, chiamata a rispondere dell’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Un passaggio processuale che, pur senza entrare nel merito delle contestazioni, ha segnato un punto fermo sullo stato del processo e sulle sue prospettive immediate.

Il procedimento trae origine da un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che contesta all’ex direttrice del carcere di Reggio Calabria una serie di condotte che, secondo l’accusa, avrebbero favorito detenuti ritenuti vicini alla ’ndrangheta reggina, tra cui anche l’avvocato Paolo Romeo. Le ipotesi accusatorie parlano di una sistematica violazione delle norme dell’ordinamento penitenziario: colloqui concessi oltre i limiti previsti, assegnazione di lavori carcerari a detenuti indicati come “graditi” ai referenti delle cosche, attività svolte senza adeguati controlli e, in alcuni casi, richieste di trasferimento di detenuti presso il carcere reggino per soddisfare istanze provenienti dagli stessi reclusi o dai loro familiari.

Accuse gravi, che delineano un quadro complesso e che saranno oggetto di approfondimento nel prosieguo del dibattimento. L’udienza del 26 febbraio potrebbe rappresentare per la Longo uno snodo decisivo per l’evoluzione della vicenda giudiziaria.

 

 

 

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